Non ricordo esattamente quando ho sentito parlare per la prima volta di Tutto il blu del cielo di Mélissa Da Costa, ma so che quel titolo mi aveva già catturato prima ancora di leggerne la trama. Pubblicato in Italia da Rizzoli nel 2022, con la traduzione di Elena Cappellini, questo romanzo è un esempio di narrativa contemporanea che sfiora corde profonde dell’animo umano. Con le sue 624 pagine, mi intimoriva un po’, lo ammetto. Temevo di non avere il tempo, o peggio, che fosse troppo pesante emotivamente per il mio momento. E invece, una volta iniziato, non sono più riuscita a metterlo giù.
Il protagonista, Émile, è un ragazzo di appena ventisei anni a cui viene diagnosticata una forma di Alzheimer precoce. Davanti a questa condanna, decide di mollare tutto e partire per un viaggio senza meta, lontano da chi lo conosce, per assaporare ogni secondo di vita finché ne ha ancora la possibilità. L’annuncio che pubblica online, “Cercasi compagno/a di viaggio per un’ultima avventura”, ha cambiato non solo la sua storia, ma anche la mia esperienza di lettrice. Perché, leggendo, ho capito fin da subito che non sarebbe stato solo il viaggio di Émile.
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L’AUTRICE E IL SUO PERCORSO
Mélissa Da Costa è una delle voci più promettenti della letteratura francese contemporanea. Prima ancora di Tutto il blu del cielo, avevo letto I quaderni botanici di Madame Lucie, un romanzo che già mostrava la delicatezza e la profondità che caratterizzano la sua scrittura. Con Tutto il blu del cielo, suo romanzo d’esordio, Da Costa ha conquistato oltre 600.000 lettori in Francia e si è fatta conoscere anche in Italia per la sua capacità di raccontare l’anima, con rispetto e autenticità.
Il suo stile è intimo, empatico, immersivo. Non cerca l’effetto, ma l’emozione vera. E anche se non ho trovato riferimenti diretti alla sua vita personale, è chiaro che la sensibilità con cui tratta la malattia e la perdita non nasce dal nulla: sembra vissuta, capita, metabolizzata.
IL VIAGGIO NELLA STORIA
La trama si apre con una sentenza di morte mascherata da diagnosi clinica: Alzheimer precoce. Due anni, forse meno. Émile, che si sente già svuotato dalla vita per motivi sentimentali e familiari, non accetta l’idea di trascorrere i suoi ultimi giorni tra corsie d’ospedale e sguardi pietosi. Decide allora di regalarsi un sogno mai realizzato: un viaggio on the road tra i paesaggi della Francia meridionale, un ritorno alla natura, al silenzio, alla libertà.
A rispondere al suo annuncio è Joanne, una ragazza silenziosa, misteriosa, anche lei in fuga da qualcosa. Il loro incontro segna l’inizio di un viaggio a due, che è sì geografico (tra Pirenei, Occitania, boschi, borghi antichi), ma soprattutto interiore. Due solitudini si incontrano e, senza grandi discorsi, iniziano a riconoscersi, a prendersi cura l’una dell’altra, con gesti piccoli ma densi di significato.
La narrazione è in prima persona, filtrata dalla voce di Émile. Ne sentiamo i pensieri più intimi, le paure, la rabbia, i momenti di vuoto, la vergogna e l’umiliazione nel perdere la memoria. Ma sentiamo anche la gratitudine per ogni giornata vissuta, per ogni tramonto, per ogni istante condiviso con Joanne. “Mi sono perdonato”, scrive a un certo punto, ed è uno dei passaggi che mi ha commossa di più. Perché perdonarsi, prima ancora che guarire, è spesso la vera sfida della vita.
Joanne è un personaggio altrettanto affascinante, anche se inizialmente più impenetrabile. Ma l’autrice ce la rivela lentamente, con delicatezza, mostrandoci una donna segnata, ma capace di accogliere il dolore dell’altro senza scappare. La loro relazione non diventa mai banale o forzata: è un legame umano, autentico, costruito sul rispetto reciproco e sulla condivisione.
I temi forti che Da Costa affronta sono numerosi: la malattia, la morte, la libertà, il dolore, il perdono, la memoria, il lutto, ma anche la rinascita, la gentilezza, la meraviglia delle piccole cose. E lo fa con uno stile narrativo pulito, coinvolgente, emotivamente potente. Ogni pagina è intrisa di sensibilità, ma non c’è mai pietismo. C’è solo profonda umanità.
Uno dei miei passaggi preferiti è quando Émile osserva Joanne da lontano e pensa:
“È l’unica persona che ha risposto al mio annuncio, che si è proposta di accompagnarmi nel mio viaggio verso la morte. In un certo senso abbiamo un legame.”
Ed è esattamente questo che trasmette il romanzo: il potere trasformativo di un incontro.
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IL LIBRO NEL PANORAMA LETTERARIO
Nel vasto panorama della narrativa contemporanea, Tutto il blu del cielo si distingue per la sua sincerità e profondità emotiva. L’ho letto poco dopo Lezioni di chimica di Bonnie Garmus e Cambiare l’acqua ai fiori di Valérie Perrin, e ho ritrovato la stessa capacità di toccare corde profonde, ma in modo tutto suo. Meno ironico del primo, più essenziale del secondo, Da Costa riesce a mantenere una voce personale e riconoscibile.
Rispetto al suo secondo romanzo, questo esordio è più grezzo ma anche più viscerale. Meno curato stilisticamente forse, ma più emotivamente autentico. Si inserisce bene nel mio percorso di letture legate alla malattia e alla resilienza: penso a La misura del tempo di Gianrico Carofiglio o a Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli. E, come quegli altri, anche questo lo consiglierei a chiunque abbia bisogno di fermarsi, respirare e ripartire.
LE MIE RIFLESSIONI
Quello che mi ha colpito profondamente di Tutto il blu del cielo è la sua capacità di parlare della fine come fosse un nuovo inizio. Non è solo un libro sulla malattia: è un libro sul coraggio. Sul prendersi per mano anche quando si è rotolati nel fango. Sul vivere davvero, ora, qui, senza rimandare.
Mi sono emozionata, ho pianto, ho sorriso tra le lacrime. La scrittura è a tratti poetica, ma mai artificiosa. Alcune ripetizioni nella parte finale potevano essere evitate, è vero, ma non mi hanno rovinato la lettura. Anzi, mi hanno fatto restare più a lungo in compagnia di Émile e Joanne, ed è una compagnia che non volevo abbandonare.
Il romanzo mi ha lasciato dentro una nuova consapevolezza: che il tempo è relativo, e che due mesi vissuti intensamente possono valere più di una vita intera passata ad aspettare.
CONCLUSIONE PERSONALE
Leggere Tutto il blu del cielo di Mélissa Da Costa è stata un’esperienza intensa, emozionante, trasformativa. Non è solo una storia da leggere, è una storia da vivere, da assaporare con calma, proprio come un viaggio senza meta precisa, ma con l’urgenza di sentire ogni respiro.
Il mio voto finale è 9 su 10. Perché è raro trovare un romanzo che riesca a raccontare la morte parlando di vita, che ti faccia piangere e sorridere allo stesso tempo, e che ti accompagni anche dopo aver girato l’ultima pagina.
Lo consiglio a chi ama i libri profondi, a chi ha amato Cambiare l’acqua ai fiori o L’eleganza del riccio, a chi ha bisogno di ritrovare il silenzio dentro il rumore. A chiunque abbia voglia di un romanzo sincero, pieno di emozione, e terribilmente umano.
E tu? Hai letto Tutto il blu del cielo? Fammi sapere che effetto ti ha fatto. È stato anche per te un viaggio?
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