Ho scoperto Locus desperatus di Michele Mari qualche settimana fa, grazie a un’intervista sull’ultimo numero de La Lettura: l’autore, già noto per romanzi come Verderame e Leggenda privata, ha parlato di questo suo “romanzo fantasmagorico”, definizione che mi ha incuriosito da subito. Pubblicato da Einaudi – casa editrice della sua produzione recente –, si definisce un’opera di “anatomia di un’ossessione”. Mi ha convinto il connubio tra la sua scrittura “gaddiana e onirica” e l’esplorazione del “basso corporeo” in stile felliniano, descritto nell’intervista. Ho deciso di leggerlo perché ero curioso di vedere come Mari – raffinato collezionista di segni e memorie – affrontasse il tema dell’ossessione attraverso l’impalpabile legame tra uomo e oggetti. Sin dalle prime pagine, l’impressione è stata quella di una “fantasmagoria letteraria”, un’evocazione di presenze sottili, invisibili, proiettate su una realtà impermeabile.
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L’AUTORE E IL SUO PERCORSO
Michele Mari è un intellettuale poliedrico: scrittore, filologo, saggista e collezionista consapevole. Ho già apprezzato il suo Leggenda privata, più “autobiografico”, e Verderame, in cui la memoria – soprattutto quella dell’infanzia – ha un ruolo determinante. Mari ha ricevuto riconoscimenti importanti, come la finalista al Premio Campiello 2024 con questo stesso Locus desperatus. La sua formazione filologica è evidente nella cura per ogni parola, nella radice dei termini e nei rimandi alla tradizione letteraria. In quest’opera, la sua passione per l’oggetto e per il segno grafico («crux desperationis») emerge prepotente, come proiezione del suo profondo legame con i dettagli, gli spigoli e la loro risonanza simbolica.
IL VIAGGIO NELLA STORIA
In Locus desperatus, l’io narrante vive in una “casa–museo” colma di oggetti, libri, collezioni: un horror vacui in cui la memoria e l’identità sono intrappolate da amuleti, reliquie, rarità. Il protagonista afferma:
«Senza le mie cose io non sarei stato più io, e senza di me loro non sarebbero più loro».
La narrazione inizia con una croce di gesso sulla porta: un segno che può essere un atto di “subentro” — qualcuno o qualcosa vuole impossessarsi della casa e dei suoi possedimenti — o un richiamo alla tradizione grafica medievale, che indicava corruzione testuale. Appaiono figure evanescenti, ultracorpi, fantocci grotteschi degni di Hoffmann: emissari di un potere ultraterreno, messaggeri di un Annunciazione–sfratto.
Scena dopo scena, Mari descrive la perdita di identità del protagonista, che vede la memoria cancellata: volti sbiaditi, parole su page che diventano “caos alfabetico”, oggetti che “hanno paura” e mutano forma. Una targhetta numerata — la numero 19 — parla, si sposta, fugge come un piccolo prodigio vivente. Il protagonista, esasperato, distrugge però le sue cose, con il martello, per impedirne la fuga o la sostituzione da parte degli ultracorpi.
Lo stile è un torrente di citazioni letterarie, musicali, artistiche — da Petrarca, Leopardi, Céline, a Campana, Kubin e Benjamin — teso fra la grande lirica e un estremo dettaglio corporeo, con toni onirico–gaddiani. Il tema centrale è la dipendenza dal possesso: il collezionista ha trasferito la sua anima negli oggetti, e quando questi si ribellano, egli rischia di perdersi. Il suo mondo diventa un “polimero fuso a forma di letteratura”, per citare lo stesso Mari, un magma in cui ogni cosa si fa e si disfa.
Un passaggio mi ha colpito particolarmente:
«A furia di circondarvi di cose, amandole, collezionandole, vi ci siete a poco a poco trasferito… vi siete spersonalizzato».
In quel momento ho davvero sentito la vertigine della dissoluzione dell’Io, smarrito nella moltitudine di frammenti accumulati.
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IL LIBRO NEL PANORAMA LETTERARIO
Rispetto a Verderame e Leggenda privata, Locus desperatus è più vertiginoso e pieno di simbolismi: se in Verderame la sottrazione riguardava la memoria del sé, qui la battaglia si combatte su più fronti: casa, oggetti, ricordi, segni. Emersa rispetto ad altri scrittori “gaddiani” come Landolfi o Céline, la prosa di Mari è più barocca, quasi teatrale. A chi ama romanzi che esplorano l’ossessione—come Casa desolata di Dickens o Il collezionista di Fowles—posso consigliare questo testo, ben radicato nel patrimonio letterario italiano e internazionale. Fa della densità delle parole e del loro potere evocativo la sua cifra più personale. Lo consiglio a lettori che non temono testi ricchi, stratificati e declinati in più tonalità.
LE MIE RIFLESSIONI
Il romanzo mi ha davvero affascinato per la sua capacità di trasformare ogni oggetto in un’attore in scena, in una presenza animata. Mi è piaciuta la ricerca linguistica, la costruzione di immagini potenti («polimero fuso») e la coralità dei segni (croce, targhetta parlante, memorie). Ho trovato brillante l’idea della casa–tana come specchio dell’anima e del suo esaurirsi quando vengono rimossi i suoi simboli.
Un aspetto che avrei forse gradito diverso è la dilatazione dei dettagli: in alcuni punti il racconto risulta eccessivamente ingarbugliato, quasi ostacolando la lettura fluida. Ma capisco che è parte del disegno: Mari vuole che lo smarrimento sia parte dell’esperienza.
L’impatto è stato ambivalente: mi ha lasciato una sensazione di vertigine e di interrogazione sul rapporto fra noi e ciò che possediamo. Domande come “cosa resterebbe di noi se smettessimo di collezionare cose?” sono rimaste sul tavolo. Resterà nel tempo? Credo di sì: per la sua capacità di restituire una prosa densa di significato e di tessere un’esperienza letteraria complessa. Non è una lettura “scorrevole” in senso commerciale: richiede concentrazione, ma chi ama il bello — e il potere della parola — ne sarà ripagato.
CONCLUSIONE PERSONALE
Locus desperatus di Michele Mari è un’esperienza letteraria potente: un viaggio tra mania, memoria, perdita e resistenza. In breve, è un romanzo impegnativo e prezioso, che merita un voto alto: 4½ su 5.
Lo consiglio a lettori che amano la prosa barocca, le esplorazioni della memoria e l’estetica onirica. Se avete letto e amato Verderame o Leggenda privata, questo romanzo vi regalerà una nuova visione del potere degli oggetti e della parola.
Se avete letto Locus desperatus, mi piacerebbe sapere: quali oggetti dalla vostra vita sentite che vi definiscono — e vi spingono, come nel libro, a chiederne l’anima?
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