Recensione del libro Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood

da Alessia
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Ho letto Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood in un momento in cui sentivo il bisogno di affrontare una lettura forte, che mi scuotesse e mi spingesse a riflettere. Avevo già sentito parlare del libro — chi non lo ha almeno sentito nominare? — ma è stato solo dopo l’uscita della serie TV The Handmaid’s Tale e il clamore mediatico che ha suscitato, che ho deciso di recuperare il romanzo da cui tutto è iniziato.

Pubblicato per la prima volta nel 1985, Il racconto dell’ancella è un romanzo distopico ambientato in un futuro in cui gli Stati Uniti sono diventati la Repubblica di Gilead, un regime totalitario basato sulla repressione e sul controllo del corpo femminile. È uno di quei libri che, una volta iniziati, non si dimenticano più.

Appena ho letto le prime pagine, sono rimasta spiazzata. Mi aspettavo una trama lineare, e invece mi sono trovata di fronte a una narrazione frammentata, quasi onirica, a tratti disordinata — ma era proprio questo disordine emotivo a trasmettere il senso di spaesamento e prigionia della protagonista, Difred. Un inizio difficile, lo ammetto, ma con il tempo mi sono ritrovata totalmente immersa nella sua voce.

L’autrice e il suo percorso

Margaret Atwood è una delle autrici contemporanee più rispettate, nota per la sua scrittura tagliente e per l’impegno con cui tratta temi sociali, politici e femministi. Canadese, pluripremiata, la Atwood ha scritto romanzi, poesie, saggi e sceneggiature. Il racconto dell’ancella è sicuramente la sua opera più iconica, ma tra i suoi titoli spiccano anche Il canto di Penelope, L’ultimo degli uomini e il più recente I testamenti, vincitore del Booker Prize e sequel diretto di questo libro.

Quello che mi ha colpito di lei è la capacità di fondere critica sociale, simbolismo e narrazione potente, il tutto senza scivolare mai nel didascalico. In Il racconto dell’ancella, la sua biografia intellettuale emerge chiaramente: ogni pagina è una denuncia, una provocazione, un invito a non abbassare mai la guardia. Atwood, con una lucidità impressionante, ha previsto dinamiche che ancora oggi — nel 2025 — continuano ad avere una spaventosa attualità.

Il viaggio nella storia

La protagonista del romanzo è Difred, ovvero “di-Fred”, un nome che non è un vero nome, ma un marchio di proprietà. In Gilead, le donne fertili vengono chiamate “Ancelle” e assegnate ai Comandanti per un solo scopo: concepire figli per loro e le loro mogli sterili. Il sesso non è più intimità, ma cerimonia. La donna non è più persona, ma contenitore sacro. Nessuna libertà, nessuna identità, nessun amore. Solo sopravvivenza.

Il racconto segue Difred mentre vive in casa del Comandante e di sua moglie, Serena Joy, in una routine fatta di silenzi, repressioni e piccoli gesti di ribellione. La narrazione è in prima persona, costruita su pensieri, ricordi confusi e frammenti del passato. Difred rievoca la sua vita “prima” — quando aveva un marito, una figlia, un lavoro — e ci accompagna nel suo presente alienante, in cui ogni emozione è bandita, ogni parola può essere fatale.

Un passaggio che mi ha profondamente colpita è questo:

“Ogni mese aspetto il sangue, impaurita, perché se arriva significa incapacità. Sono stata di nuovo incapace di esaudire le attese altrui, che sono divenute mie.”

Una frase semplice, ma che racchiude tutto il peso psicologico dell’oppressione. Il corpo diventa gabbia, strumento, colpa.

Nonostante la lentezza iniziale e una narrazione a tratti ostica, sono rimasta affascinata dalla costruzione del mondo di Gilead. Le “Colonie”, le “Nondonne”, i “Custodi”, le “Zie”: ogni elemento contribuisce a delineare un sistema totalitario perfettamente coerente e terrificante, ispirato a regimi realmente esistiti e a testi religiosi interpretati in chiave fanatica.

Difred non è un’eroina classica. È passiva, a volte rassegnata. Ma proprio in questa sua umanità risiede la potenza del personaggio: non è una rivoluzionaria, ma una donna comune che cerca di resistere. E nel farlo, si trasforma in un simbolo.

Il libro nel panorama letterario

Il racconto dell’ancella si inserisce a pieno titolo tra i grandi classici della narrativa distopica, al pari di 1984 di George Orwell e Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Tuttavia, ciò che lo distingue è la prospettiva femminile: qui, la distopia si gioca tutta sul controllo del corpo, della sessualità e della maternità.

A differenza delle opere sopra citate, Atwood sceglie uno stile meno lineare, più interiore. Questo rende la lettura forse meno immediata, ma più immersiva dal punto di vista emotivo.

È un libro che si può leggere a più livelli: come un romanzo politico, una denuncia femminista, una riflessione filosofica, un dramma personale. Lo consiglio a chi ha amato La strada di Cormac McCarthy, Noi di Zamjatin o, per restare in tema femminile, Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés.

Le mie riflessioni

Ammetto che Il racconto dell’ancella non è un libro semplice. È lento, introspettivo, disordinato. A tratti sembra non succedere nulla. Ma questa è anche la sua forza: ti fa entrare in una realtà opprimente, ti costringe a sentire la stessa angoscia della protagonista, la sua apatia, il suo smarrimento.

Il linguaggio di Atwood è asciutto, spesso privo di emozioni esplicite. Ma ogni parola è studiata, ogni pausa carica di significato. Lo stile frammentato rispecchia perfettamente la condizione mentale di chi è stato privato di tutto: tempo, spazio, identità.

Quello che resta, a fine lettura, è una profonda inquietudine, ma anche una consapevolezza: nessun diritto è garantito per sempre. Ogni conquista sociale può essere messa in discussione. E se non si presta attenzione, si finisce per adattarsi, proprio come nella metafora della rana bollita.

La parte finale, con il convegno storico che analizza i “nastri” di Difred, è un colpo di genio. Trasforma la vicenda personale in documento storico, e ribadisce il messaggio più forte del romanzo: la memoria è resistenza.

Conclusione personale

Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood è un libro necessario. Non perfetto, ma essenziale. Non lo si legge per evadere, ma per svegliarsi. È una storia che ti resta dentro, ti accompagna nei giorni successivi e ti spinge a guardare il mondo con occhi diversi.

Il mio voto? 4,5 stelle su 5. Lento, sì, ma devastante. Lo consiglio a chi ama i romanzi distopici, ma anche a chi cerca una lettura che fa male e fa bene allo stesso tempo, che scava e fa riflettere.

Lo consiglio soprattutto alle donne — giovani e meno giovani — perché ci ricorda quanto sia importante non dare mai la libertà per scontata.

E se avete già letto Il racconto dell’ancella, vi invito a proseguire con I testamenti, per scoprire cosa accade dopo. Ma anche, e forse soprattutto, per ricordarci che la speranza, in fondo, può esistere anche a Gilead.

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