Recensione Il caso Alaska Sanders di Joël Dicker

da Margherita Ventura
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Ricordo ancora la febbre da lettura che mi prese con La verità sul caso Harry Quebert, nel 2012. Quel romanzo fu un’ossessione: un giallo letterario che sembrava scritto apposta per chi, come me, ama i thriller intricati con un’anima profonda. Così, quando ho visto in libreria Il caso Alaska Sanders di Joël Dicker, pubblicato in Italia da La nave di Teseo, non ho avuto dubbi: dovevo leggerlo.

Si tratta del seguito diretto di Harry Quebert, ma anche dell’anello intermedio di una trilogia che comprende Il libro dei Baltimore. Pur essendo legato agli altri volumi, può essere letto in autonomia, anche se conoscere il background di Marcus Goldman rende l’esperienza molto più completa e appagante. Il caso Alaska Sanders è un thriller corposo, oltre 600 pagine, che ho letteralmente divorato in un fine settimana. Dicker ha questo potere: ti avvolge con la sua scrittura fluida, magnetica, fino a farti perdere la cognizione del tempo.

La mia prima impressione? Un piacere ritrovare Marcus e Perry, ma soprattutto un sollievo accorgersi che Dicker è tornato in forma smagliante, con un romanzo che, pur seguendo la sua “formula”, riesce ancora a sorprendermi.

L’autore e il suo percorso

Joël Dicker, scrittore svizzero classe 1985, è un autore che divide: c’è chi lo adora per i suoi romanzi avvincenti, e chi lo accusa di ripetitività. Io faccio parte della prima schiera. Fin dal debutto internazionale con Harry Quebert, ha saputo fondere thriller e introspezione, creando un proprio stile inconfondibile fatto di flashback, narrazioni a matrioska, colpi di scena e personaggi ricorrenti.

Ho letto quasi tutto di lui: I Baltimore mi ha commossa, La scomparsa di Stephanie Mailer mi ha spiazzata. E ora con Il caso Alaska Sanders, Dicker torna alle origini, ma con una maturità narrativa che colpisce. Si percepisce la volontà di riprendere i fili lasciati in sospeso e al tempo stesso alzare l’asticella. E se è vero che Marcus Goldman è il suo alter ego letterario, è altrettanto vero che in questo romanzo lo scrittore sembra raccontare se stesso più che mai, tra solitudine, fame di verità e disillusione.

Il viaggio nella storia

Mount Pleasant, aprile 1999. In una cittadina apparentemente perfetta del New Hampshire, il corpo senza vita di Alaska Sanders, giovane donna bella e riservata, viene ritrovato nei pressi di un lago. Le indagini sembrano concludersi rapidamente: un colpevole confessa, un altro si toglie la vita, e il caso viene archiviato.

Ma undici anni dopo, nel 2010, il sergente Perry Gahalowood, all’epoca coinvolto nell’indagine, riceve una lettera anonima che lo costringe a rivedere tutto. E chi meglio del suo amico Marcus Goldman, ormai celebre autore, può aiutarlo a capire se la verità non fosse, in realtà, solo un’illusione ben costruita?

Così inizia una nuova indagine, che è anche un viaggio nei ricordi, nei legami spezzati, nei traumi mai sanati. Con il consueto stile a scatole cinesi, Dicker ci guida tra piani temporali diversi, passando dal presente dell’indagine al passato della vittima e dei sospettati, dipingendo una comunità piena di segreti e apparenze fragili.

Al centro del romanzo non c’è solo il mistero della morte di Alaska, ma anche la riflessione sul peso del rimorso, sull’amicizia che resiste al tempo, e sulla fragilità delle nostre certezze.

Il personaggio di Alaska è tratteggiato con delicatezza: non solo una vittima, ma una giovane donna complessa, in cerca di riscatto. E mano a mano che Marcus e Perry scavano, emerge un mosaico fatto di bugie, errori, verità negate e inganni incrociati.

Un passaggio che mi ha colpito particolarmente è quando Marcus si rende conto che “le apparenze sono il collante della nostra vita sociale, ma nell’intimità delle nostre case, tutto crolla.” È qui che Dicker mostra il meglio di sé: nell’intreccio tra investigazione e psicologia.

Il libro nel panorama letterario

In un panorama letterario dove i thriller spesso si somigliano tutti, Il caso Alaska Sanders riesce a distinguersi per struttura e profondità emotiva. Non è un semplice “whodunit”, ma una narrazione stratificata, dove ogni colpo di scena ha un impatto anche sul piano emotivo.

Se lo confronto con Harry Quebert, questo nuovo romanzo è forse meno innovativo, ma più maturo, più consapevole. Il ritmo è più serrato, l’introspezione più sottile, e c’è una maggiore attenzione all’evoluzione dei personaggi, specialmente Marcus.

Nell’universo di Dicker, questo libro rappresenta il punto di equilibrio tra intrattenimento e letteratura. E se qualcuno lo accusa di essere “furbo”, rispondo che saper tenere incollati i lettori per 600 pagine è un talento raro, non una colpa.

Per gli amanti del thriller psicologico, è una lettura imprescindibile. Per chi cerca un’alternativa ai gialli nordici o ai legal thriller americani, Dicker è una voce europea con il respiro del grande romanzo internazionale.

Le mie riflessioni

Mi è piaciuto quasi tutto di questo libro. Lo stile inconfondibile, il ritmo narrativo, la gestione dei tempi, le rivelazioni dosate con maestria. E soprattutto, la capacità di creare una tensione narrativa che non si esaurisce nel colpo di scena, ma si nutre di riflessione e sentimento.

Se proprio devo trovare un difetto, forse qualche passaggio sul rapporto tra Marcus e Harry Quebert è superfluo, e alcuni personaggi minori potevano essere snelliti. Ma sono dettagli. Il quadro generale è solido, coinvolgente, emozionante.

Questo romanzo ha avuto un impatto particolare su di me perché mi ha fatto riflettere sul tema del tempo: quanto peso diamo alle verità del passato? E quanto siamo disposti a metterle in discussione?

La lettura non è impegnativa sul piano linguistico, ma richiede attenzione e memoria: i salti temporali sono frequenti e i punti di vista si moltiplicano. Ma una volta entrati nel meccanismo, il libro scorre veloce, con la leggerezza di una serie TV ben scritta.

Conclusione personale

Il caso Alaska Sanders di Joël Dicker è un thriller raffinato, stratificato e appassionante. Un romanzo che riesce a coniugare il mistero con la profondità psicologica, e che conferma Dicker come uno dei narratori europei più abili nel tenere incollato il lettore dalla prima all’ultima pagina.

Il mio voto? 9/10. Un ottimo esempio di come si possa scrivere un giallo moderno senza rinunciare alla complessità emotiva.

Lo consiglio a chi ha amato Harry Quebert, ma anche a chi cerca un thriller di qualità, senza sparatorie gratuite né protagonisti infallibili, ma con tanta umanità e una scrittura elegante.

E tu? Hai già letto Il caso Alaska Sanders? Ti è piaciuto quanto a me, o ti ha lasciato dei dubbi? Scrivimi la tua opinione nei commenti: i libri, dopotutto, esistono per farci parlare.

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