Recensione “La donna che fugge” di Alicia Giménez-Bartlett

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Mi capita spesso di ritrovare conforto nei gialli, ma La donna che fugge di Alicia Giménez-Bartlett è stato qualcosa di più: un rifugio narrativo e, al contempo, uno specchio in cui osservare riflessioni scomode, attualissime. Appena uscita la nuova avventura di Petra Delicado (la quattordicesima, per la precisione), pubblicata da Sellerio nella collana “La Memoria”, l’ho acquistata quasi d’istinto, come si fa con un amico di vecchia data. Perché Petra e Fermín, per me, sono esattamente questo: due voci familiari, che ritrovo con affetto ogni volta che una nuova indagine li richiama in scena.

Il romanzo è un giallo contemporaneo ambientato a Barcellona, ma, come sempre nei libri della Bartlett, la parte investigativa è solo una delle tante anime della narrazione. Mi ha attratto fin da subito l’ambientazione originale: il mondo del food truck e della gastronomia di strada, apparentemente innocuo e colorato, ma che si rivela presto terreno fertile per segreti, rancori e crimini. Con quel titolo così evocativo – La donna che fugge – mi aspettavo una storia di mistero e rincorsa. Ma non immaginavo che le donne in fuga sarebbero state, in realtà, tre, e che tra queste ci fosse anche la stessa Petra.

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L’autrice e il suo percorso

Alicia Giménez-Bartlett è una delle voci più originali e riconoscibili del noir europeo. Nata in Spagna, ha saputo costruire, libro dopo libro, una serie di successo attorno alla figura di Petra Delicado, ispettrice della polizia di Barcellona, femminista convinta, disincantata e ironica. Accanto a lei, il viceispettore Fermín Garzón, leale, panciuto, verace e profondamente umano.

Oltre alla serie di Petra, la Bartlett ha scritto romanzi più intimisti e sociali, come Una stanza tutta per gli altri e Gli onori di casa. Vincitrice del Premio Nadal e di altri importanti riconoscimenti, ha il dono raro di saper combinare la costruzione del giallo classico con profonde riflessioni sull’identità, l’amore, la vecchiaia e il ruolo delle donne.

Il suo stile è diretto, mai compiaciuto, e in questo romanzo in particolare, l’ho sentita più vicina che mai al suo personaggio: Petra è Alicia, e Alicia è Petra, entrambe alle prese con il tempo che passa e con una società che cambia troppo in fretta.

Il viaggio nella storia

Il romanzo si apre durante una giornata di festa a Barcellona, tra profumi e sapori che si diffondono dai food truck della Plaza del Nord. Ma la gioia viene interrotta dal ritrovamento del cadavere di Christophe Dufour, giovane chef francese, trafitto da una lama nel cuore del suo camion ristorante.

Petra Delicado e Fermín Garzón, chiamati a indagare, si trovano immersi in un microcosmo vivace e competitivo, fatto di gastronomia, rivalità e traffici nascosti. Inizialmente si ipotizza un omicidio passionale o una faida commerciale, ma presto la verità si complica. Christophe, si scopre, viveva sotto falsa identità, fuggito dalla Francia, con legami pericolosi nel mondo del narcotraffico.

Parallelamente all’indagine, Petra si confronta con una crisi coniugale sempre più profonda. Il marito, Marcos, architetto raffinato e amante della tranquillità, sogna una vita ritirata in campagna. Petra, al contrario, non può e non vuole abbandonare la sua città e il suo lavoro. Così, la donna che fugge non è solo quella ricercata per omicidio, ma anche Petra stessa, in fuga da un matrimonio che non la rispecchia più.

La narrazione si fa densa di colpi di scena, con flashback e deviazioni, ma sempre tenuta in equilibrio grazie al ritmo serrato e alla scrittura brillante dell’autrice. Come spesso accade nei romanzi della Bartlett, la verità emerge non tanto dall’intuito quanto dal tempo stesso: è il mondo che alla fine si svela, quasi di propria volontà.

Una delle parti che più mi ha colpita è il tono malinconico e disilluso con cui Petra guarda al mondo:

“In fondo siamo tutti perdenti, Fermín. Perdiamo le cose a poco a poco finché con la morte perdiamo tutto.”

Nonostante questo pessimismo di fondo, l’umorismo, soprattutto nei dialoghi tra Petra e Garzón, rende la lettura vivace. La loro complicità è l’unico legame autentico, indissolubile, che attraversa tutto il romanzo. Le loro chiacchiere davanti a una birra nella “Jarra de Oro” sono momenti di respiro e verità.

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Il libro nel panorama letterario

La donna che fugge si inserisce perfettamente nella lunga serie di Petra Delicado, con tutti i suoi ingredienti tipici: un’indagine intricata, dialoghi brillanti, introspezione e critica sociale. Rispetto ai romanzi precedenti, però, qui si nota una maggiore malinconia, quasi una resa alla complessità dei rapporti umani.

Rispetto ad altri gialli europei, penso a Fred Vargas o Donna Leon, la Bartlett mantiene una scrittura più spoglia, diretta, meno lirica ma più tagliente. Eppure, riesce sempre a colpire nel segno. La sua Petra è una detective che invecchia, che cambia, che sbaglia. E proprio per questo è una delle figure femminili più vere della letteratura noir contemporanea.

Consiglio il libro a chi ama i gialli psicologici, ma anche a chi cerca personaggi complessi, che fanno riflettere sulle relazioni, sul tempo, sulla solitudine.

Le mie riflessioni

Quello che mi ha conquistata in La donna che fugge è stato il gioco tra realtà e apparenza, tra fuga reale e fuga emotiva. I casi da risolvere sono solo un pretesto per affrontare il tema, sempre attuale, di come sopravvivere dentro rapporti che non sentiamo più nostri, e di come il tempo, a volte, ci faccia diventare estranei anche a noi stessi.

Ho trovato un po’ più debole del solito la struttura dell’intreccio poliziesco, che si risolve in modo quasi automatico. Ma è un dettaglio secondario, perché ciò che conta davvero è la dimensione umana: Petra non è infallibile, non è eroica. È una donna lucida, testarda, cinica a volte, ma mai priva di cuore.

Mi è piaciuto molto anche l’uso delle tre donne in fuga: un gioco narrativo intelligente, che rende il titolo ancora più potente. Il vero colpo di scena, per me, è stato il doppio finale: da una parte, la risoluzione del caso; dall’altra, la chiusura (o l’inizio?) di una nuova fase nella vita di Petra. Un colpo d’autrice che lascia il lettore sospeso, incuriosito, commosso.

Conclusione personale

La donna che fugge di Alicia Giménez-Bartlett è un giallo che riesce ad andare oltre il genere. È una storia di fuga, di identità, di donne che cercano di non perdersi. Non è il miglior romanzo della serie per quanto riguarda la trama investigativa, ma è uno dei più intensi dal punto di vista emotivo e psicologico.

Il mio voto è 4 stelle su 5: per l’intelligenza della scrittura, per la credibilità dei personaggi, per l’umorismo che sa stemperare anche la tristezza più profonda.

Lo consiglio a chi già ama Petra Delicado, ma anche a chi cerca un giallo che parli di umanità, di scelte, di libertà.

E se anche voi avete letto “La donna che fugge”, raccontatemi: chi o cosa state fuggendo?

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