Recensione Il manoscritto di Franck Thilliez

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Ho scoperto Il manoscritto di Franck Thilliez quasi per caso, scorrendo una storia su Instagram in cui una lettrice consigliava questo thriller definendolo “un rompicapo mentale travestito da romanzo”. Ero in cerca di qualcosa di diverso, che andasse oltre il classico thriller con il colpo di scena finale e il detective geniale. Pubblicato in Italia da Fazi, questo libro ha fatto il suo debutto nel 2019 in Francia ed è considerato uno dei lavori più ambiziosi dell’autore.

Non avevo mai letto nulla di Franck Thilliez, né ero un’amante dei thriller francesi, ma il titolo e la premessa mi hanno incuriosito: un romanzo incompiuto scritto da un autore defunto, trovato dal figlio, a cui manca il finale… e che custodisce una verità disturbante. La prima impressione? Spaesamento. Dopo le prime dieci pagine avevo capito che stavo leggendo qualcosa di completamente fuori dagli schemi. E da lì in poi, è iniziata una discesa in un labirinto narrativo da cui ancora oggi non sono del tutto uscita.

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L’autore e il suo percorso

Franck Thilliez è uno degli autori di thriller più letti in Francia. Prima di diventare scrittore a tempo pieno, era ingegnere informatico, e questo passato si riflette nel rigore strutturale e nei meccanismi logici delle sue trame. Di Thilliez si dice che scriva “thriller matematici”, e in effetti la sua narrativa sembra progettata con una precisione chirurgica. Ho scoperto che Il manoscritto è il primo tassello di una trilogia non dichiarata, seguito da C’era due volte e Labirinti.

Il suo stile è diretto, efficace, ma anche profondamente disturbante. Thilliez non ha paura di turbare il lettore e spesso usa la memoria, la percezione e la manipolazione come temi centrali. In questo romanzo si supera: trasforma la narrazione in un enigma, un’opera che si specchia su sé stessa come un rebus tridimensionale.

Il viaggio nella storia

Tutto parte da un prologo: J-L Traskman trova tra le carte del padre suicida, Caleb, un romanzo incompleto. Un manoscritto oscuro, incompiuto, senza il finale. Decide di pubblicarlo, aggiungendovi di suo pugno le ultime dieci pagine. Da quel momento, il lettore entra in una nuova storia, che è il cuore del romanzo: quella di Léane Morgan, scrittrice di thriller sotto pseudonimo, il cui mondo è stato distrutto dal rapimento e dalla presunta morte della figlia Sarah.

Léane vive a Parigi, lontana dalla sua vecchia casa a Berck-sur-Mer, abbandonata dopo la tragedia. Il marito Jullian, divorato dal dolore, si ostina a cercare indizi. Ma un’aggressione lo lascia senza memoria, costringendo Léane a tornare in quel luogo che è un concentrato di dolore e misteri.

Contemporaneamente, a Grenoble viene ritrovato un cadavere senza volto in una macchina rubata. Accanto, un berretto identico a quello della figlia scomparsa. Entra in scena Vic, un poliziotto dotato di ipermnesia (memoria perfetta), accompagnato dal collega Vadim. Le indagini conducono in un universo narrativo angosciante, disseminato di codici, anagrammi, numeri e specchi, dove ogni cosa potrebbe essere reale o illusoria.

E poi c’è “Il Viaggiatore”, il serial killer enigmatico, che gioca una partita mentale con Vic, ispirata all’“Immortale” di Kasparov. Una scacchiera narrativa su cui ogni personaggio è una pedina – e nessuno è al sicuro.

Thilliez mette in scena un metaromanzo complesso: un libro nel libro, nel libro. Una struttura a matrioska che ti costringe a interrogarti continuamente: sto leggendo una finzione o la verità nascosta dentro un’altra finzione?

La lettura diventa un atto investigativo: bisogna prestare attenzione ai nomi, ai numeri, alle ripetizioni, ai dettagli minimi. Ogni parola può essere un indizio, ogni omissione un trucco. Quando pensi di aver capito tutto, ecco che l’autore cambia le regole del gioco e tu, lettore, ti ritrovi ingannato. Di nuovo.

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Il libro nel panorama letterario

Il manoscritto di Franck Thilliez si distingue nettamente nel panorama dei thriller contemporanei. Se da un lato richiama i grandi gialli psicologici europei – penso a Lemaitre o a Pierre Lemaitre –, dall’altro si lancia oltre, diventando un thriller concettuale, quasi un esperimento.

In un certo senso, richiama anche autori come Danielewski o Paul Auster, per l’uso spregiudicato della narrazione dentro la narrazione, della distorsione temporale, e per la sua sfida al lettore. Ma qui la struttura è più cruda, più tangibile: i delitti sono violenti, l’atmosfera opprimente, i temi disturbanti.

Lo consiglierei a chi ha amato libri come Shutter Island, La psichiatra di Fitzek o Gone Girl, ma è sicuramente più complesso e stratificato. Io leggo moltissimi thriller, ma pochi sono stati in grado di tenermi incollata alle pagine e allo stesso tempo costringermi a rileggere interi capitoli per cercare indizi nascosti.

Le mie riflessioni

Quello che mi ha colpito di più in Il manoscritto è l’abilità dell’autore di ingannare il lettore con intelligenza, non per il gusto del colpo di scena, ma per coinvolgerlo davvero nel processo narrativo. Qui il lettore è protagonista, detective, cavia e vittima allo stesso tempo.

La scrittura di Thilliez è chirurgica, ritmata, ricca di riferimenti culturali e giochi mentali, ma mai fine a sé stessa. Ogni scelta ha un significato, ogni dettaglio è parte di un puzzle molto più grande.

Certo, non è un libro per tutti. Chi cerca una lettura leggera, lineare, potrebbe trovarlo eccessivo, frustrante. Ma chi ama essere sfidato, chi ha voglia di un thriller che ti costringe a pensare, rileggere, ipotizzare, troverà in questo romanzo un vero gioiello.

Il finale – anzi, i finali – sono spiazzanti, disturbanti, e ti costringono a rimettere in discussione tutto ciò che hai letto. È uno di quei libri che si chiude con la consapevolezza che bisogna tornare all’inizio per capire davvero la fine.

Conclusione personale

Il manoscritto di Franck Thilliez è uno dei thriller più ambiziosi e sorprendenti che abbia mai letto. Un romanzo che non si limita a raccontare una storia, ma che ti invita a risolvere un enigma, a scardinare le sue regole, a decifrare un codice. È un’esperienza narrativa intensa, sfidante, indimenticabile.

Lo consiglio a chi ama i thriller cerebrali, i giochi di specchi, i romanzi da leggere con la matita in mano. Se siete lettori attenti, curiosi, pronti a mettervi alla prova, questo libro vi conquisterà.

Il mio voto: 9,5/10.
Perché ogni volta che credi di aver capito, scopri che eri solo caduto in un’altra trappola.

E se l’avete già letto… parliamone! Vi prego. Perché quel finale… VOGLIAMO DAVVERO PARLARE DI QUEL FINALE?

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