Recensione La mia prediletta di Romy Hausmann

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Ho iniziato “La mia prediletta” di Romy Hausmann (Giunti editore) in un periodo in cui avevo davvero bisogno di una lettura capace di assorbirmi completamente. Avevo adocchiato il titolo sulla piattaforma Netflix e, incuriosita, ho deciso di leggere il romanzo prima di guardare l’adattamento. Pubblicato nel 2020 in Italia, si tratta di un thriller psicologico di grande impatto, cupo e coinvolgente, che si addentra nei meandri della mente umana e dei traumi indelebili.

Mi aspettavo un thriller tradizionale, ma mi sono ritrovata immersa in una storia claustrofobica, disturbante e profondamente emotiva. Non avevo letto nulla di Romy Hausmann prima d’ora, eppure, dopo poche pagine, ho capito che il suo stile e il suo modo di raccontare erano diversi da qualsiasi altro autore del genere che avessi incontrato. Soprattutto, nonostante i miei tentativi, non sono riuscita a prevedere il colpevole. Questo, in un thriller, per me è sempre un grande punto a favore.

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L’autrice e il suo percorso

Romy Hausmann è una scrittrice tedesca, nata nel 1981. Dopo una carriera come giornalista e redattrice televisiva, ha esordito nella narrativa proprio con “La mia prediletta” (“Liebes Kind” in lingua originale), ottenendo un enorme successo in Germania e all’estero. Il romanzo è diventato rapidamente un bestseller internazionale ed è stato tradotto in più di venti lingue.

Con la sua prosa tesa e inquieta, Hausmann dimostra una grande sensibilità per i temi del trauma, della sopravvivenza e dell’identità. Il suo stile è asciutto ma intenso, con una struttura narrativa frammentata che amplifica la tensione e restituisce al lettore un senso costante di disorientamento e paura. Questo primo romanzo ha mostrato già un grande potenziale, e sarà interessante vedere come evolverà nei suoi lavori futuri.

Il viaggio nella storia

“La mia prediletta” è un romanzo che si apre con un incidente stradale. Una donna viene investita, e accanto a lei c’è una bambina strana, pallida, molto intelligente, di nome Hannah. La bambina parla con calma inquietante, raccontando di una madre, di un fratellino e di un padre morto in soggiorno, con la testa sfondata. E poi, lentamente, la verità emerge: la donna non è Lena, la ragazza scomparsa quattordici anni prima, ma Jasmin, rapita mesi prima e costretta a impersonare la madre di Hannah.

La storia viene raccontata attraverso più punti di vista: Hannah, Jasmin e Matthias, il padre di Lena. Questo espediente narrativo permette al lettore di cogliere diverse sfumature della stessa realtà, alimentando costantemente la tensione e la sensazione di inquietudine. Ogni personaggio ha una voce distinta, credibile, e ognuno affronta il trauma a modo proprio.

La narrazione si dipana in un puzzle psicologico fatto di manipolazioni, isolamento, e ricostruzione dell’identità. Il “mostro” della storia non è mai mostrato completamente, ma si percepisce in ogni gesto, in ogni frase distorta, in ogni comportamento condizionato dalla paura. Hannah, la bambina, è uno dei personaggi più disturbanti e toccanti: educata come un automa, è allo stesso tempo vittima e simbolo di un trauma generazionale.

Al centro della narrazione c’è una domanda: “si può davvero tornare liberi dopo essere stati prigionieri?” La risposta che emerge dal romanzo non è semplice, né consolatoria.

“Sono prigioniera, la libertà non ha cambiato questo dato di fatto. Fiuto l’odore del gulasch nella pentola, e in una persona che mi vuole fare del bene fiuto l’odore del pericolo.”

Matthias, il padre di Lena, è forse il personaggio più umano. Imperfetto, egoista, a volte cieco davanti alla verità, incarna il dolore di chi resta, di chi non si rassegna, di chi vuole a ogni costo recuperare ciò che ha perso. La sua ossessione si scontra con quella del carnefice, creando una tensione morale fortissima.

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Il libro nel panorama letterario

Nel panorama dei thriller psicologici contemporanei, “La mia prediletta” si distingue per la sua introspezione e per la capacità di restituire il trauma con grande efficacia. Pur ispirandosi a casi reali (come quello di Elisabeth Fritzl o Natascha Kampusch), Hausmann evita il voyeurismo e costruisce una storia di finzione intensa, rispettosa e potentemente emotiva.

Rispetto ad altri titoli del genere, come “Room” di Emma Donoghue o “L’amore bugiardo” di Gillian Flynn, questo romanzo ha un tono più intimo e oscuro. Non ci sono detective brillanti o indagini serrate, ma una profonda immersione nel dolore e nel senso di colpa.

Lo consiglio a chi ama le storie che scavano nell’animo umano, a chi cerca un thriller fuori dai canoni classici, e a chi non ha paura di confrontarsi con il lato più scomodo della realtà.

Le mie riflessioni

“La mia prediletta” mi ha coinvolta, disturbata, commossa. Non è un thriller da leggere per svago, ma un romanzo che ti lascia addosso un senso di inquietudine difficile da scrollarsi. La scrittura è scorrevole, lo stile asciutto, eppure non ho trovato la lettura leggera. Alcune scene sono psicologicamente pesanti, e i personaggi ti costringono a riflettere sulle sfumature del male, della colpa e della libertà.

La narrazione a tratti è lenta, specialmente nella parte centrale, e avrei forse preferito una progressione più dinamica, ma nel complesso ho apprezzato il lavoro dell’autrice. Romy Hausmann ha saputo mantenere alta la tensione pur evitando i cliché più abusati del genere.

La scelta di usare più voci narranti è stata vincente: Hannah, Jasmin, Matthias e Lena (in filigrana) sono figure tridimensionali, credibili nella loro confusione e nella loro voglia di ricominciare. Ogni capitolo apre nuove domande, e anche alla fine del libro, quando il mistero si chiarisce, resta un sapore amaro, reale, umano.

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Conclusione personale

“La mia prediletta” di Romy Hausmann è un thriller psicologico potente, intenso e scritto con intelligenza emotiva. Un romanzo che non si limita a intrattenere ma che scava nell’animo, raccontando una storia che avrebbe potuto essere vera. Un puzzle inquietante, composto di traumi, identità rubate e vite segnate per sempre.

Il mio voto finale è 4,5 su 5. Non perfetto, ma incredibilmente efficace.

Lo consiglio a chi cerca una storia toccante, disturbante, appassionante. E a chi ha il coraggio di affrontare la verità, anche quando fa male. Se l’avete letto anche voi, mi piacerebbe sapere: quale personaggio vi ha colpito di più?

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