Scrivere da nessun posto: la letteratura dell’esilio interiore

0
(0)

C’è una differenza sottile ma decisiva tra l’esilio geografico e quello che potremmo chiamare esilio interiore: la condizione di chi abita un luogo senza appartenergli, che si muove nel mondo come se il mondo fosse una scenografia costruita per qualcun altro. È questa seconda forma di spaesamento quella che attraversa sotterraneamente molta della letteratura europea del Novecento, spesso più interessante e più difficile da nominare della prima, perché non ha confini da mostrare, non ha documenti da esibire, non produce eroi riconoscibili.

Franz Kafka ne è l’esempio canonico, quasi troppo citato per essere ancora utile. Ma è nelle zone meno frequentate della narrativa novecentesca che il tema rivela la sua profondità. Pensiamo a Joseph Roth, la cui opera intera sembra abitata da figure che sopravvivono alla dissoluzione dell’impero asburgico come fantasmi che non hanno ancora capito di essere morti. In Fuga senza fine, il protagonista Franz Tunda attraversa l’Europa postbellica senza riuscire a trovare un posto che lo richiami, senza desideri abbastanza forti da orientarlo. Non è un esule nel senso classico: ha la libertà di muoversi, ha persino delle possibilità. Eppure è irrimediabilmente fuori posto, straniero a se stesso prima che al mondo. Roth descrive questa condizione con una precisione quasi clinica, senza cedere né alla commiserazione né all’eroismo: Tunda è semplicemente un uomo che il tempo storico ha reso superfluo, e non sa cosa farsene di questa superfluità.

La stessa sensazione di irrecuperabile estraneità percorre Malina di Ingeborg Bachmann, dove però l’esilio si è spostato completamente all’interno del soggetto femminile. Non c’è più una mappa da attraversare: il territorio è la psiche, e la violenza che la abita è tanto più insidiosa perché non porta divisa. La narratrice di Bachmann non fugge da nessun posto verso nessun posto; si dissolve, lentamente, nella voce dell’altro che la occupa. L’esilio qui è la perdita del diritto alla propria storia, alla propria voce, al proprio nome. La famosa ultima riga del romanzo — «Era assassinio» — non è una denuncia rivolta all’esterno: è la registrazione fredda di un crimine che non lascia cadavere, perché il cadavere è la parola stessa che non viene più pronunciata.

Quello che accomuna queste esperienze narrative è una particolare concezione del linguaggio come luogo. Per chi scrive dall’esilio interiore, la lingua non è mai neutrale: è l’unico territorio rimasto, e come tale viene abitato con una cura che rasenta l’ossessione. Roth scriveva in tedesco mentre il mondo di lingua tedesca lo stava espellendo; Bachmann usava il tedesco come campo di battaglia su cui combattere una guerra che non aveva nome. In entrambi i casi la lingua è insieme rifugio e prigione, l’unico posto in cui si è a casa e il posto da cui non si riesce a uscire.

Questa tensione emerge con forza anche nella narrativa ispanoamericana, in cui l’esilio interiore si mescola spesso all’artificio metafisico. L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares costruisce un’isola in cui il protagonista è escluso non da una comunità umana ma dalla realtà stessa: le figure che lo circondano sono proiezioni di un passato che si ripete all’infinito, inaccessibili e perfette, e lui non può fare altro che osservarle dall’esterno, innamorandosi di qualcosa che per definizione non potrà mai ricambiarlo. L’esilio qui è ontologico: si è fuori posto rispetto al tempo, non allo spazio.

Ciò che rende questi testi ancora così necessari è la loro resistenza a qualsiasi forma di consolazione. Non propongono un ritorno, non immaginano una casa da raggiungere, non promettono redenzione. Registrano semplicemente — con la precisione che solo la grande letteratura sa raggiungere — la condizione di chi abita il proprio tempo come un ospite non invitato. E in questo, paradossalmente, offrono qualcosa di più prezioso di qualsiasi conforto: la sensazione di essere letti, riconosciuti, visti proprio nell’invisibilità che li definisce.

Vale la pena frequentare queste zone della letteratura anche perché ci allenano a un tipo di lettura che il presente rende sempre più difficile: lenta, disposta al silenzio, capace di stare nell’ambiguità senza pretendere una risoluzione. Un’attitudine che blog come In un Futuro Aprile coltivano con costanza, costruendo nel tempo uno spazio critico in cui le opere vengono prese sul serio, senza fretta e senza semplificazioni.

L’esilio interiore, in fondo, è anche questo: la distanza tra ciò che un’opera sa dire e ciò che siamo disposti ad ascoltare. La letteratura che vale la pena leggere è quella che riduce quella distanza, anche solo di un passo.

Quanto è stato utile questo post?

Clicca su una stella per valutarla!

Punteggio medio di valutazione 0 / 5. Vote count: 0

Non ci sono voti finora! Sii il primo a valutare questo post.